Come fare un business plan: guida pratica con esempio

Un business plan è un documento che risponde a una sola domanda: questa attività può stare in piedi con i soldi che ho e con i clienti che posso davvero raggiungere? Per rispondere servono tre cose: una descrizione chiara del progetto, un’analisi onesta del mercato locale e soprattutto un piano economico-finanziario con numeri credibili su investimento, costi e ricavi.

In questa guida vediamo come costruirlo passo per passo, con un esempio completo su un piccolo bar di quartiere: quanto serve per partire, quanto bisogna incassare per coprire i costi e cosa resta davvero al titolare. I numeri dell’esempio sono indicativi: servono a capire il metodo, non a sostituire i tuoi.

Blocco note con gli appunti per avviare una nuova attività, occhiali e tazza di caffè sul tavolo
Foto: Kindel Media / Pexels

In breve

  • Il business plan serve prima a te e poi alla banca: è il modo più economico per scoprire un errore prima di pagarlo.
  • Parti dai volumi, non dal fatturato che vorresti: clienti al giorno per spesa media per giorni di apertura.
  • Calcola il punto di pareggio: è la cifra minima da incassare per non perdere soldi.
  • Prepara sempre due scenari, prudente e favorevole, e decidi guardando il primo.
  • Metti nel conto il tuo lavoro: in una piccola impresa l’utile è spesso lo stipendio del titolare.

A cosa serve davvero un business plan

Molti lo scrivono solo perché lo chiede la banca o un bando. È un peccato, perché il suo valore principale è un altro: ti costringe a mettere per iscritto ipotesi che nella tua testa sembrano ovvie e che sulla carta a volte non reggono. Quanti clienti entrano in un giorno di pioggia a febbraio? Quanti mesi di affitto dovrai pagare prima di aprire?

I dati spiegano perché conviene farlo bene. Secondo l’Istat, meno di un’impresa su due è ancora attiva cinque anni dopo la nascita. Nei bar, secondo i dati presentati da Fipe-Confcommercio nel 2025, la proporzione è simile. Non tutte le chiusure dipendono da un piano sbagliato, ma molte nascono da investimenti sottostimati e ricavi sovrastimati fin dal primo giorno.

47,2%imprese ancora attive a cinque anni dalla nascitaFonte: Istat, Noi Italia, dato 2022
1 su 2bar che superano i cinque anni di vitaFonte: Fipe-Confcommercio, 2025
21.000bar chiusi in Italia in dieci anniFonte: Fipe-Confcommercio, 2025
85.000 €soglia di ricavi per il regime forfettarioFonte: Legge di Bilancio 2023

Le sezioni di un business plan

Non esiste un modello unico obbligatorio, ma quasi tutti i business plan per piccole imprese seguono questa struttura. Per un’attività locale non servono cento pagine: servono ipotesi chiare e numeri giustificati.

  • Sintesi. Una pagina con progetto, investimento, fonti di finanziamento e risultati attesi. Si scrive per ultima, anche se si legge per prima.
  • Chi sei. Esperienza, competenze, ruoli dei soci. Per una banca o un ente pubblico conta quanto l’idea.
  • Il progetto. Cosa vendi, a chi, dove, con quali orari e con quale formula.
  • Il mercato. Concorrenti vicini, prezzi praticati, passaggi, stagionalità della zona.
  • Marketing e vendita. Come ti troveranno i clienti e perché dovrebbero scegliere te.
  • Organizzazione. Chi lavora, con quali turni e contratti, fornitori principali, permessi necessari.
  • Piano economico-finanziario. Investimento, fonti di copertura, conto economico previsionale su tre anni, flussi di cassa e punto di pareggio.

Le prime sei sezioni raccontano l’idea; la settima dice se funziona. È anche quella su cui si concentra chi deve prestarti denaro o valutare una domanda di agevolazione.

Come costruire i numeri, passo per passo

1. L’investimento iniziale

Elenca tutto ciò che devi pagare prima di incassare il primo euro: lavori, impianti, arredi, attrezzature, depositi cauzionali, scorte iniziali, pratiche, consulenze, primo marketing. Aggiungi sempre una riserva di liquidità per i primi mesi, perché nessuna attività è a regime il giorno dell’apertura. Abbiamo dedicato una guida a come calcolare l’investimento iniziale di un’attività.

2. I ricavi: parti dai volumi

L’errore più comune è partire dal fatturato che servirebbe. Il metodo corretto è l’opposto: stimare quanti clienti puoi servire e quanto spende ciascuno. Per un bar: scontrini al giorno per scontrino medio per giorni di apertura. Per un B&B: camere per tasso di occupazione per prezzo medio per notti. Per una coltivazione: superficie per resa per prezzo di vendita. Ogni ipotesi va giustificata: osserva i concorrenti, conta i passaggi, chiedi i listini.

3. Costi variabili e costi fissi

I costi variabili crescono con le vendite: materie prime, merce, commissioni sui pagamenti elettronici. I costi fissi si pagano anche se non entra nessuno: affitto, utenze di base, personale, commercialista, assicurazioni, canoni. La distinzione è decisiva, perché è da qui che si calcola il punto di pareggio.

4. Il punto di pareggio

Il punto di pareggio è il fatturato minimo che copre tutti i costi. Si ottiene dividendo i costi fissi annui per il margine di contribuzione in percentuale, cioè per la parte di ogni euro incassato che resta dopo i costi variabili. Se i costi fissi sono 80.000 euro e su ogni euro ne restano 67 centesimi, il pareggio è a circa 119.400 euro l’anno. Sotto quella cifra si perde, sopra si comincia a guadagnare.

5. La cassa, non solo l’utile

Un’attività può chiudere l’anno in utile e restare senza soldi sul conto: fornitori da pagare subito, IVA, acconti d’imposta, rate del finanziamento, mesi di bassa stagione. La quota capitale di un prestito, per esempio, non compare tra i costi ma esce dalla cassa ogni mese. Per questo il piano deve contenere un prospetto dei flussi di cassa mese per mese, almeno per il primo anno.

Il business plan in numeri: l’esempio di un bar di quartiere

Applichiamo il metodo a un caso concreto: un bar di circa 60 metri quadrati in una zona residenziale, aperto sei giorni su sette, con il titolare sempre presente e un dipendente. Ipotizziamo un investimento iniziale di 75.000 euro, di cui 60.000 in lavori, arredi e attrezzature ammortizzati in cinque anni. Tutte le cifre sono indicative: affitti, costo del personale e prezzi cambiano molto da città a città.

VoceScenario prudenteScenario favorevole
Scontrini al giorno180260
Scontrino medio3,00 €3,20 €
Giorni di apertura300310
Ricavi annui162.000 €257.900 €
Costo della merce (33% dei ricavi)53.500 €85.100 €
Costi fissi: affitto, utenze, personale, consulenze, assicurazioni, ammortamenti80.000 €105.000 € (con un secondo dipendente)
Risultato prima di imposte e compenso del titolare28.500 €67.800 €

Leggi con attenzione l’ultima riga. Nello scenario prudente restano circa 28.500 euro l’anno, prima delle imposte e dei contributi INPS del titolare, per un lavoro con orari lunghi dalla colazione alla chiusura. Il punto di pareggio è intorno a 119.400 euro: con uno scontrino medio di 3 euro significa circa 133 scontrini al giorno solo per coprire i costi. Se vuoi partire da un modello già impostato, il kit per aprire un bar comprende un business plan Excel precompilato in due versioni, bar e tapas bar, con compilazione guidata.

Attenzione

Il risultato di una piccola impresa non è un guadagno in più: è quasi sempre lo stipendio del titolare, da cui togliere tasse e contributi. Se nello scenario prudente resta meno di quanto guadagneresti da dipendente, con più rischio e più ore, il progetto va ripensato: affitto più basso, investimento più leggero, formula diversa.

Nell’esempio, con ricavi sopra gli 85.000 euro, il bar non potrebbe restare nel regime forfettario: le imposte vanno calcolate con un commercialista e cambiano parecchio il risultato finale.

I costi che nei business plan mancano quasi sempre

Quasi tutti i piani che circolano online hanno lo stesso difetto: contano i ricavi e dimenticano metà dei costi. Prima di presentare il tuo, controlla di aver inserito queste voci.

  • Il compenso del titolare e i contributi INPS. Vanno previsti anche se l’utile è tuo: altrimenti il margine è finto.
  • I mesi di avviamento. All’inizio i ricavi sono sotto regime, mentre affitto e personale si pagano da subito.
  • Depositi e anticipi. Cauzione dell’affitto, allacci, eventuali garanzie: non sono costi, ma escono dalla cassa.
  • Manutenzioni e guasti. Una macchina del caffè o un frigorifero che si fermano in piena stagione.
  • Imposte del secondo anno. Saldo e primo acconto arrivano insieme e sorprendono molti neo imprenditori.
  • I tempi della burocrazia. Pratiche, autorizzazioni, lavori: ogni mese di ritardo è un mese di affitto senza incassi.

Gli errori più comuni

Tre errori ricorrono in moltissimi piani. Il primo è copiare medie trovate online: lo scontrino medio di un bar in centro città non è quello di un paese dell’entroterra. Il secondo è preparare un solo scenario, di solito ottimista. Il terzo è dimenticare la stagionalità: un B&B al mare incassa in pochi mesi e paga i costi tutto l’anno. Per questo il kit per aprire un B&B, un affittacamere o una casa vacanza contiene tre business plan Excel con simulazioni stagionali di costi e ricavi.

Lo stesso vale in agricoltura: lo zafferano ha un valore altissimo al grammo, ma il raccolto si concentra in poche settimane d’autunno e richiede molta manodopera, come spieghiamo nella guida su cosa coltivare su un ettaro di terreno. Chi vuole valutarlo con i numeri può partire dal kit per avviare una coltivazione di zafferano, che include un piano finanziario Excel precompilato. E se stai ancora definendo l’idea, parti dai 7 passi concreti per avviare la tua prima attività.

Domande frequenti

Quanto deve essere lungo un business plan?

Non c’è una lunghezza giusta. Per una piccola attività locale bastano poche decine di pagine, purché ogni ipotesi sia spiegata e i prospetti numerici siano completi. Un piano lungo ma senza numeri giustificati non convince nessuno.

Su quanti anni si fa un business plan?

L’orizzonte più comune è di tre anni, con il primo anno dettagliato mese per mese. Alcuni bandi e alcune banche chiedono periodi diversi: controlla sempre la modulistica richiesta.

Posso fare il business plan da solo?

Sì, soprattutto la parte descrittiva e le stime di ricavi e costi, che conosci meglio di chiunque. Per imposte, contributi e forma giuridica è prudente farsi affiancare da un commercialista.

Che differenza c’è tra business plan e piano finanziario?

Il piano finanziario è la parte numerica: investimento, conto economico, flussi di cassa, fonti di copertura. Il business plan lo comprende e aggiunge progetto, mercato, strategia e organizzazione.

Serve un business plan per chiedere un finanziamento?

Di norma sì: le banche lo chiedono per valutare la sostenibilità del prestito e le principali agevolazioni pubbliche per nuove imprese richiedono un piano d’impresa. Requisiti e formato cambiano da bando a bando: verificali presso l’ente che lo gestisce.

Vuoi fare i conti sul serio?

Ogni kit Creaimpresa unisce una guida operativa dedicata a una specifica attività, un business plan Excel precompilato con compilazione guidata e il supporto dell’intelligenza artificiale Creaimpresa, per adattare i numeri al tuo caso prima di investire.

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